Articolo - L'assassionio di Rasputin - Chi uccise e perchè il diavolo santo dello zar - Domenico Vecchioni
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Tutte le ricostituzioni della morte di Rasputin si sono sempre basate sulle informazioni fornite dagli stessi congiurati che, in quella notte fatale del 16 dicembre 1916, uccisero il “demonio santo” per liberare la Russia e lo zar della sua malefica influenza. I fatti sono conosciuti. Grigory Efimovich Rasputin, mistico e rozzo monaco siberiano, plagia lo zar Nicola e la zarina Alessandra, convinti dei suoi poteri taumaturgici nei confronti dello zarevich Alessio, affetto da una grave forma di emofilia. Rasputin, in effetti, sembra essere l’unica persona al mondo in grado di controllare le pericolose crisi che affliggono l’erede la trono e mettono in pericolo la sua stessa vita. Dove insomma la medicina ufficiale dell’epoca si dichiara impotente, agisce misteriosamente l’intervento benefico del monaco siberiano. Gradualmente, tuttavia, l’influenza di Rasputin diventa anche politica, determinando nomine di ministri e prese di posizione dello zar. Soprattutto per quanto riguarda l’intervento della Russia nella Prima guerra mondiale che si profila all’orizzonte. Rasputin è ferocemente pacifista e mette più volte in guardia lo zar, facendogli presente – tra “previsioni” di veggente e lucide valutazioni politiche - che un’eventuale sconfitta militare avrebbe comportato anche la fine della dinastia Romanov e della Russia monarchica. Non sono della stessa opinione gli aristocratici bellicisti dell’entourage imperiale, che invece invocano l’intervento di San Pietroburgo contro l’Austria-Ungheria per la difesa degli interessi russi e della fede ortodossa nella regione dei Balcani. Ma Rasputin insiste nelle sue fosche previsioni. Per gran parte della Duma (parlamento senza poteri), per l’aristocrazia zarista, per la Chiesa ortodossa, Rasputin è solo una spia al soldo della Germania, in combutta con una zarina di origine tedesca (Alessandra, della famiglia Hesse-Darmstadt), che si serve dei suoi poteri per spingere lo zar verso posizioni rinunciatarie e, una volta scoppiata la guerra, verso una pace separata con Berlino, dopo i disastri iniziali dell’esercito russo. Tutto questo per favorire la Germania, vera patria della zarina e che ha in Rasputin il suo migliore agente di influenza in Russia. Il monaco siberiano, insomma, è un vero traditore e, visto l’accecamento dello zar, l’unica soluzione per liberarsene è la sua eliminazione fisica. Il principe Felix Jussupov (erede di una delle più influenti e ricche famiglie dell’impero), il Gran Duca Dimitri Pavlovich (cugino dello zar, sulla linea di successione), il sottotenente Sergey Sukotin (amico di Dimitri), il deputato Vladimir Puriskevich (il “portavoce” degli anti-Rasputin alla Duma), il medico Stanislas Lazovert (incaricato di manipolare il cianuro e di constatare la morte del “diavolo”) si riuniscono e decidono che non è più procastinabile l’eliminazione di Rasputin. 
Nota è anche la dinamica dell’omicidio, così come ci è stata tramandata dagli interessati. Attirato con un inganno a palazzo Jussupov, Rasputin resiste incredibilmente al veleno, cianuro di potassio, messo nei biscotti e nel vino a lui destinati. E’ allora necessario sparargli. Ma dopo il primo colpo tirato a bruciapelo dallo stesso Jussupov, Rasputin “resuscita” (non ha forse poteri soprannaturali?) e allora viene massacrato di botte e lasciato a terra come morto. Ma non è finita! Il monaco si rialza ancora una volta e tenta di fuggire attraverso il cortile interno del palazzo. In extremis viene raggiunto dai colpi sparatigli alla schiena dal deputato Puriskevich. Il suo cadavere quindi viene gettato nelle gelide acque della Neva dal ponte Petroski. Il fiume lo restituisce pochi giorni dopo con le braccia aperte e libere, come se avesse cercato, in un ultimo e disperato tentativo, di sbarazzarsi delle corde che l’avvolgevano. Non il veleno, quindi, e nemmeno i proiettili sono stati la causa della sua morte. Rasputin è morto annegato! 
Ma questa ricostituzione “classica” dell’omicidio del monaco siberiano non sembra corrispondere alla reale dinamica dei fatti, in quanto non tiene conto di due elementi fondamentali che illuminano di nuova luce la buia notte del 16 dicembre 1916: il ruolo giocato dai servizi segreti britannici, ossessionati dall’idea di un pace separata della Russia con la Germania e il referto dell’autopsia del cadavere di Rasputin realizzata dal professore Kosorotov, titolare della cattedra di medicina legale dell’Accademia di medicina militare, il 20 dicembre 1916. Referto peraltro sottoposto nel 1993  ad un attento riesame da parte di tre grandi specialisti russi, i professori Zarov, Panov e Vasilievski, i quali ne hanno confermato la sostanziale validità.   Particolarmente significativa al riguardo si rivela la documentata e dettagliata ricostruzione degli avvenimenti fatta qualche anno fa da Richard Cullen, un ex funzionario di Scotland Yard appassionato di storia russa, nel suo “Rasputin. The role of Britain’s Secret Service in his torture and a murder”.
Cominciamo dal referto.  Nello stomaco di Rasputin non sono state trovate tracce di veleno. Non importa quali siano state le cause, una cosa è certa: lo stomaco del monaco conteneva unicamente alcol, “venti cucchiai da minestra di un liquido dall’odore dell’alcol”. Sul mancato avvelenamento dello Staretz (illuminato)  sono state avanzate diverse teorie. E’ stato detto che il cianuro ridotto in polvere, a contatto con lo zucchero spolverato sui biscotti, si è trasformato in una sostanza poco nociva (anidride di glucosio) mentre quello contenuto nella fiala, essendo stato mischiato con un’altra sostanza (curarina) si è decomposto con la luce e l’umidità. Ma è stato anche proposto che il deputato Maklakoff, il preteso fornitore del cianuro, all’ultimo momento ci abbia ripensato e abbia fornito una polvere e un liquido del tutto inoffensivi. A completare il quadro c’è anche la teoria di un Rasputin, possente contadino della Siberia, che ha sviluppato una naturale resistenza ai veleni. Tutte ipotesi per molti aspetti plausibili, ma che forse non vale la pena di approfondire troppo, giacché una cosa è risultata certa dall’autopsia: nello stomaco di Rasputin non è stata ritrovata alcuna  traccia di veleno!
I proiettili. Secondo il professore Kosotorov, i primi due proiettili hanno raggiunto al vittima mentre era ancora in piedi. Il terzo invece quando era stesa a terra “I proiettili provengono da pistole di calibro diverso. Il primo proiettile è passato attraverso lo stomaco e il fegato (lato sinistro). Questo colpo mortale è stato sparato da una distanza di 20 cm. La ferita al lato destro, prodottasi quasi allo stesso tempo della prima, pure è stata mortale. Il proiettile è passato attraverso il rene destro. La vittima al momento dell’omicidio era in piedi. Quando gli è stato sparato in fronte il terzo proiettile, il suo copro era già per terra”.
Le risultanze del professore Korosotov, come si vede, non corrispondono affatto alla dinamica dell’evento descritta dai congiurati,  secondo i quali il primo colpo sparato da Jussuopv non sarebbe stato mortale e solo i colpi sparati da Puriskevich, a distanza, mentre lo staretz stava scappando per il cortile interno, avrebbero finalmente avuto ragione della vittima. Ma per Korosotov , tenendo conto delle tipiche bruciature attorno alle ferite, tutti e tre i colpi, sono stai sparati a distanza assai ravvicinata e con pistole di calibro diverso. Il terzo colpo in particolare, sparato in piena fronte, dà proprio l’impressione di un “colpo di grazia” tirato da un professionista a qualcuno che giace mortalmente ferito a terra. Dalle fotografie del corpo scattate dalla polizia è del resto ben visibile sulla fronte del monaco un buco senza dubbio di entrata e non di uscita (come avrebbe dovuto essere se fosse stato colpito mentre scappava…). 
Causa della morte. Non l’annegamento, come suggerito dai cospiratori convinti che il diavolo-Rasputin fosse ancora vivo quando lo gettano nel fiume Neva. Per Korosotov, invece, la causa della morte è chiaramente” l’emorragia dovuta alle ferite al fegato e al rene destro (provocate dai proiettili) che deve aver dato l’avvio al rapido declino delle sue forze…Al momento della morte la vittima era in stato di ubriachezza…”  .
C’è infine da considerare un “fattore balistico” che ci avvicina all’ipotesi del coinvolgimento dei servizi segreti britannici nell’assassinio del “demonio santo”. Nel 2006 il Professore Derick Pounder, Capo del Dipartimento di Medicina legale dell’Università di Dundee ha stabilito, dopo attenta valutazione di tutte le informazioni disponibili sul caso, che il proiettile del colpo di grazia era non rivestito (“scamiciato”). Ora è da considerare che all’epoca, per la maggioranza delle armi da fuoco, venivano usati proiettili rivestiti di pesante metallo. Solo gli ufficiali dell’esercito britannico avevano in dotazione per le loro pistole (Webley 455) proiettili scamiciati. E la sola persona a possedere un’arma del genere nella notte fatale al palazzo della Moika - la cui presenza è stata sempre negata o meglio ignorata nei resoconti dell’evento -  era precisamente un agente del Secret Service, di stanza a San Pietroburgo, Oswald Rayner, uno 007 perfettamente addestrato e capace di “neutralizzare fisicamente” un elemento nemico considerato pericoloso.  Uno 007 che aveva studiato a Cambridge nella stessa Università del principe Jussupov, al quale si era legato di intensa amicizia e che aveva ritrovato con gioia quando era stato assegnato alla “stazione” del SIS nella capitale russa!
Tutte circostanze che ci fanno capire con quanto interesse l’intelligence service segue l’evolversi della situazione politica russa e lo strano ruolo che vi gioca il monaco siberiano. Fin del 1912, in effetti, un giovane agente destinato a fare carriera (sarà per moltissimi anni il capo indiscusso del controspionaggio, l’MI5), Vernon Kell, inviato in missione in Russia, ha messo in guardia Londra contro la crescente influenza politica di Rasputin, senza escludere l’opportunità della sua “neutralizzazione fisica” qualora le sue prese di posizione avessero pregiudicato gli interessi inglesi. I servizi britannici a San Pietroburgo del resto sono ben organizzati e diretti da un altro personaggio notevole, destinato ad una brillante carriera politica, Samuel Hoare (futuro titolare del Foreign Office). Hoare è bene al corrente di quanto si sta tramando nei circoli aristocratici, anche a seguito dei numerosi incontri avuti col deputato Puriskevich. Così come il suo vice Stephen Alley e Oswald Rayner si vedono spesso con Felix Jussupov. Insomma si ha la sensazione che l’eliminazione di Rasputin venga ideata in maniera emotiva e disordinata da giovani idealisti, ma presto ripresa in mano e portata ad esecuzione dai professionisti del mondo dell’ombra.
Appare di conseguenza molto probabile che al Palazzo Jussupov i congiurati si siano riuniti per partecipare alla eliminazione della “spia”, dandosene reciproca testimonianza in una complicità a tutta prova. Verosimilmente i due colpi mortali ai lati vengono sparati da due persone diverse, allo stesso momento e con pistole di diverso calibro. Il colpo definitivo, “professionale” viene sparato dall’agente Oswald Rayner con la sua pistola d’ordinanza Webley 455. Rasputin viene anche torturato perché i complici vogliono fargli confessare i suoi rapporti con l’intelligence tedesca e le sue trame per la pace separata. Padre Grigory tuttavia non parla e non confessa per la semplice ragione che non ha nulla da confessare, da svelare, non è una spia tedesca. I congiurati si sono sbagliati. Ma oramai è troppo tardi per rinunciare ad uccidere il monaco siberiano. 
Uno scenario in definitiva che ha una sua logica, una sua credibilità e che spiegherebbe le contraddizioni e le differenze che si ritrovano nei resoconti dei testimoni oculari dell’omicidio, che descrivono avvenimenti diversi da quelli ai quali hanno assistito. Resoconti, cioè, di comodo, basati su una sorta di canovaccio comune concordato, per nascondere la verità e soddisfare reciproche convenienze e personali propensioni al protagonismo. Insomma ai cospiratori russi tutto il merito patriottico di avere eliminato un grave pericolo per il paese, al Secret Service la soddisfazione di aver fatto un lavoro “discreto” ed efficace per allontanare la prospettiva di una pace separata russo-tedesca che sarebbe stata catastrofica per Londra nella prospettiva degli esiti del conflitto mondiale in corso. Naturalmente il ruolo del SIS deve assolutamente restare nascosto, per non causare offuscamenti nei rapporti tra Londra e San Pietroburgo, data la devozione che la coppia imperiale porta su Rasputin.
Quando lo zar Nicola dichiara all’ambasciatore britannico Buchanan: “si sospetta che un giovane inglese, compagno d’università del principe Felix Jussupov, sia stato coinvolto nell’uccisione di Rasputin”, questi naturalmente gli risponde escludendo con forza (poteva fare altrimenti?) tale eventualità, volendo appunto preservare i buoni rapporti tra i due paesi. Ma, si sa, i diplomatici sono brave persone mandate all’estero per mentire in nome dello Stato che rappresentano…  
Comunque sia, non si può negare che le conclusioni degli specialisti dell’Università di Mosca (1993) nonché le precise indicazioni del Professore Pounder (2006) mettano seriamente in dubbio la veridicità dei resoconti dei testimoni oculari. Troppe in effetti sono le contraddizioni che emergono, troppe le circostanze evocate nei racconti che non hanno retto alla verifica di moderni mezzi scientifici, troppo sbandierato il patriottismo degli interessati, soprattutto di Felix e Dimitri, sicuri dell’immunità come membri della famiglia imperiale, per non nutrire dubbi e perplessità sulla validità dei resoconti sulla morte del “monaco pazzo” tradizionalmente tramandati e generalmente accettati.
 
Niky e Alix
 
Lo zar Nicola II Romanov e la zarina Alessandra Ferodovna Romanova, si amano come nel giorno delle nozze. Sono molto uniti, non si lasciano mai, non sprecano tempo in inutili riunioni che rischiano di tenerli separati troppo a lungo. Alessandra, donna inquieta, nervosa, timida e sensibile, è figlia della principessa Alice di Gran Bretagna (secondogenita dell’imperatrice Vittoria) e del granduca tedesco Luigi XIV, della famiglia  Hesse-Darmstadt. È alta, snella, bionda, dal portamento fiero e maestoso. I suoi grandi occhi blu-grigi riflettono istintiva tristezza e perenne ansietà. La sua innata timidezza la fa apparire fredda e distante: in realtà è la pressione del mondo esterno che la rende tesa e la mette costantemente sulla difensiva. Molto religiosa, con indubbie venature mistiche, malata di nevrosi, non sopporta le riunioni mondane, da lei considerate frivole e vane. È solo dalla religione che ricava le regole del suo comportamento quotidiano, ritenendo la vita terrestre solo una tappa in attesa del traguardo finale dell’al di là.
Appena fidanzati, Niky e Alix si trovano a dover affrontare una situazione che speravano si sarebbe presentata solo qualche anno più tardi. In effetti lo zar Alessandro III muore prematuramente. L’erede designato, Nicola, accede al trono nel 1894, a soli 26 anni e si appresta a governare l’immenso impero russo, pur non avendo probabilmente la capacità né il carattere per farlo. Non è stato inoltre minimamente preparato all’”arte del governo”, alla gestione di un impero che conta 120 milioni di abitanti e numerose nazionalità, all’esercizio di un potere illimitato di cui ha l’intera responsabilità. Persona semplice, sportivo, sobrio, assiduo al lavoro, amante della famiglia, privo di vizi, Nicola ha una personalità  condizionata da una grave forma di timidezza, da cui non riuscirà mai a sbarazzarsi. Ha quattro anni più di Alessandra, è di statura media, dai modi affabili. I suoi occhi blu, illuminando il viso coperto da barba e baffi, gli conferiscono un certo charme accattivante. La sua timidezza lo rende spesso incapace di difendere le proprie posizioni e non ama confrontarsi con il suo interlocutore nel timore che questi  gli dimostri l’inesattezza della sua opinione. Dice di lui, con giudizio severo ma veritiero, l’ambasciatore francese Maurice Paléologue “la sua volontà è sempre raggirata, sorpresa o dominata; essa non si impegna mai attraverso un atto diretto e spontaneo”. Somiglia come una goccia d’acqua a suo cugino (figlio di Alessandra, sorella della madre), Giorgio V d’Inghilterra. Nicola non risolverà mai la grande contraddizione della sua vita: feroce difensore del potere autocratico e “sacro” (ricevuto dal padre e che vuole trasmettere intatto al figlio), è in realtà incapace di esercitarlo, condizionato dalla sua irrisolutezza e scarsa conoscenza del suo popolo, trasformando in  definitiva la Russia in una paradossale ”autocrazia senza autocrate”.  Non saprà in effetti scegliere tra una politica decisamente riformista, che forse avrebbero potuto evitare al paese i sussulti rivoluzionari e un esercizio forte ed autonomo del potere, che avrebbe potuto allungare la vita della dinastia. Non seguirà né la prima né la seconda strada. Subirà insomma sempre gli avvenimenti, senza esserne mai vero protagonista: uno spettatore passivo, piuttosto che un attore impegnato della Storia.
 
Cronologia di Rasputin in dieci date
 
1869. Rasputin nasce a Pokrovskoe, uno sperduto villaggio siberiano, da agiati e molto religiosi contadini. Durante l’adolescenza ha ricorrenti crisi mistiche e afferma di vedere la Madonna.
1888. Si sposa con una giovane contadina del villaggio che gli darà cinque figli. Ma solo tre sopravviveranno: Maria, Dimitri e Varvara. Malgrado le sue innumerevoli amanti “mistiche”, Rasputin tornerà sempre dalla moglie e sarà molto affezionato ai figli.
1894. Convinto di essere un illuminato (“Staretz”) dotato di poteri di preveggenza  e qualità taumaturgiche, inizia la sua erranza per le vie dell’impero per perfezionare le sue capacità fuori del comune, cercare la verità e trovare se stesso. Arriverà a piedi fino ai monasteri del monte Athos in Grecia.
1904. Arriva per la prima volta nella capitale dell’impero a San Pietroburgo, ospite del vescovo Feofan, incuriosito della fama che orami circonda “Padre Grigory”, presso la prestigiosa Accademia di Teologia. Ha i primi contatti con i circoli aristocratici della capitale.
1905. Per la seconda volta nella capitale, incontra finalmente lo zar Nicola e la zarina Alessandra. Fa stato delle sue qualità taumaturgiche calmando una crisi dello zarevich Alessio, malato di emofilia, con la semplice imposizione delle mani. Nicola e Alessandra rimangono fortemente impressionati. Da quel momento non potranno più fare a meno della compagnia di Rasputin,  la sola persona che sembra essere in grado di alleviare le pene e i dolori del piccolo Alessio.
1907. Secondo intervento “miracolistico” di Rasputin che, ancora un volta, libera lo zarevich da una crisi dagli esiti imprevedibili, sotto gli occhi stupefatti e pieni di riconoscenza degli imperiali genitori. 
1909. Rasputin si mostra decisamente pacifista nella prima crisi balcanica e  incita lo zar a tenersi fuori della mischia.
1912. Altro “miracoloso” intervento di Rasputin su Alessio. Ma questa volta “a distanza”. Alessio si ferisce mentre è in villeggiatura con i genitori in Polonia. L’emorragia sembra inarrestabile. Rasputin allora, dalla Siberia, ricevuto un drammatico telegramma della zarina, mette in atto una speciale procedura, inviando una risolutiva benedizione da lontano…
1916. Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre Raspuitn, accusato di essere una spia tedesca e di voler spingere lo zar ad una pace separata con la Germania, viene assassinato da un gruppo di aristocratici russi e alla presenza di un agente del Secret Service britannico, Oswald Rayner.
1918. Come l’aveva previsto Rasputin, la famiglia imperiale al completo (Nicola, Alessandra, le quattro granduchesse e lo zarevich) nonché il residuo personale al loro seguito, vengono barbaramente sterminanti nello scantinato della casa Ipatiev nella città di Ekaterinburg nella notte tra il 16 e il 17 luglio. L’illuminato aveva infatti chiaramente predetto che, se fosse stato assassinato da nobili russi, la famiglia imperiale non gli sarebbe sopravvissuta più di due anni!

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Chi uccise e perchè il diavolo santo dello zar


Giornale/Rivista: BBC History Italia
Uscita: 01/04/2013

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